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Raccontare la storia della verità. Intervista a Duccio Giordano.

Articolo di Giulia Farneti per InfoOggi.

 

NAPOLI, 24 GIUGNO 2013 – La necessità di lasciare che la verità affiori e non venga persa in un mare di informazioni che si accavallano, l’amore per la propria città e la passione per la vita vissuta con i suoi problemi, i suoi umori, fanno di Duccio Giordano un fenomeno a parte nel panorama dell’informazione. Attore, reporter, narratore di storie al limite per una sete di realtà che è contagiosa.

 

Cosa rappresenta per te Napoli e quel è il tuo rapporto con la città?

Ci sono nato e ci ho vissuto fino a 18 anni. Ci sono tornato e ho trovato la stessa situazione se non peggio di quando sono partito. Le rivoluzioni non sono mai partite dal popolo ma sempre da una borghesia illuminata. Dal mio punto di vista a Napoli il problema vero é la borghesia. Chi ha potuto, come feci io a diciotto anni, é scappato. Dei miei compagni di scuola, tutti figli della buona borghesia partenopea: Michele vive a Londra e fa tanti soldi con il suo ristorante “la Bettolina”, Emiliano a Roma fa il giornalista, Ferdinando a Milano ingegnere, Marco a Roma avvocato, Riccardo Aosta programmatore, Francesco Lisbona traduttore, Lorenzo Messina armatore, Federico Firenze architetto, Fabio Milano Avvocato, Giulia Parigi fumettista e potrei continuare. Chi é tornato in questa città lo ha fatto perlopiù da sconfitto e non come dovrebbe essere da “Rivoluzionario”.

Quanto hanno influito i tuoi studi al Centro Sperimentale con la professione di giornalista reporter?

Al Centro Sperimentale volevo entrare come regista, ma avevo diciotto anni e nessuna esperienza. La responsabile della scuola, con la quale andai a parlare, la signora Fichera, mi disse: «Non entrerai mai a regia, ci sono solo sei posti e c’è gente molto più preparata di te; prova con il corso di recitazione. » Più o meno, fu così che partì la mia avventura al CSC. Quello che da attore sicuramente mi sono portato dietro nella mia nuova esperienza lavorativa da reporter e video maker è la consapevolezza dell’importanza delle emozioni. Nelle interviste che faccio, dai PM della DDA agli occupanti abusivi delle Vele di Scampia c’è sempre un comun denominatore che fa da aggregante ai miei lavori. La notizia nei miei reportage parte sempre dall’analisi del lato umano di chi la racconta. Il sentimento emozionale è viscerale e proviene per lo più da ricordi che vengono stimolati dalla memoria. Positivi o negativi che siano, i ricordi che riportano a galla emozioni nascondono sempre da una verità di fondo e la verità, da qualsiasi punto venga analizzata, è sempre interessante.

Sei autore e conduttore di “Panni Sporchi”, la trasmissioni televisiva dell’emittente privata campana Canale 8. Perché questo titolo?

“Panni Sporchi” nasce da una mia riflessione sul fatto che effettivamente nella mia terra quelli veramente sporchi si lavano in famiglia. Ecco, scardinare questo assioma secondo il quale tutto ciò che non va per il verso giusto deve rimanere nascosto. La trasmissione per la verità nasce da una mia personale necessità, se vuoi ambiziosa; quella di fare qualcosa per cambiare il mondo. Come potevo farlo con le capacità e i mezzi che avevo a disposizione? Raccontando storie, cercando di dare la parola a chi di norma non trova spazio per esprimere un disagio. Credo di essere partito da questa semplice idea. Canale 8 mi ha messo a disposizione i mezzi per la realizzazione e il canale per la diffusione della trasmissione e così siamo partiti. Poi dopo alcuni eventi spiacevoli che ometto di raccontare, di comune accordo con Riccardo Romano, direttore della rete, abbiamo deciso di accettare la proposta de l’Espresso e quindi ho trasferito Panni Sporchi dalla tv al web sul sito del settimanale di inchiesta più importante che abbiamo oggi in Italia. Da poco anche sul sito del quotidiano Il Mattino che in questi giorni sta pubblicando on-line “Panni Sporchi Afghanistan” il mio ultimo reportage sull’Afghanistan in 5 episodi: http://www.youtube.com/watch?v=HhuYS8YnSWM.

La Campania è teatro sia di storie dure, estreme ma anche di storie di speranza e riscatto, non credi?

Questo è il grande dilemma partenopeo, non sai quante volte mi hanno criticato dicendomi:
« Però a Napoli non c’è solo camorra e degrado, potresti anche raccontare le cose belle ogni tanto.» Vuoi sapere come la penso? Io credo che in un Paese normale, quello che funziona bene non ha bisogno di essere raccontato. Se metto un euro nella macchinetta del caffè e dopo qualche secondo ritiro la bevanda calda e zuccherata, non andrò di certo in giro a raccontarlo e lo sai perché? Perché è normale che funzioni. Le storie di speranza e riscatto le lascio al cinema e a quel che resta della televisione. Io questo accanimento su Napoli sinceramente non lo vedo. Se ci sono troppe storie negative che vengono da questa regione è perché effettivamente Napoli è una città che sta affondando e non certo perché ci sono troppi giornalisti reporter o scrittori che si accaniscono nel raccontarne solo il lato negativo.

Sei un giornalista d’inchiesta. Cosa vuol dire raccontare i fatti attraverso il linguaggio televisivo?

Come dice il direttore dell’Espresso Bruno Manfellotto: «Viviamo in un’epoca di grande confusione mediatica, esiste un rumore di fondo che distrae da quelle che sono le reali tematiche che interessano o dovrebbero interessare il nostro paese». Io ritengo che le cause di questo “rumore di fondo” siano da ricercare nella quantità di informazioni e soprattutto nella velocità con la quale questa miriade di notizie, quotidianamente, bombardano i cittadini. Non sono tanto sicuro che la possibilità di ricevere qualunque informazione in tempo reale tramite un tweet o un social network sia un fatto del tutto positivo; che il sapere in tempo reale che tizio sta dando da mangiare al gatto di caio, aiuti realmente una sana diffusione delle notizie in qualche modo significative. Quello di cui sono certo è che a farne le spese, in tale situazione di confusione generale dove chiunque può dare una notizia (rilevante o meno) siano prevalentemente gli approfondimenti. Oggi ci bastano i 140 caratteri di un tweet per farci sentire padroni di un argomento e spesso non si trova più il tempo necessario per approfondirlo. Quando lavoro spesso mi capita di incontrare colleghi armati di computer portatile che, un istante dopo aver scattato la fotografia, si preoccupano di inviarla al giornale. Questo avviene perché già dopo 30 minuti la notizia muore e viene sostituita da quella nuova. Quando lavoro mi piace arrivare quando già tutti sono andati via, mi piace raccontare quello che gli altri, presi dalla frenesia della primissima ora, non hanno potuto o saputo vedere. Quando sento dire: «di questo argomento già si è detto tutto» penso che non sia vero, in realtà hanno ripetuto cento volte la stessa cosa e questo non arricchisce chi ascolta. In televisione, per concludere sull’argomento, si ripropone lo stesso schema. Mediaset produce la fiction sul Papa e la Rai produce la stessa identica storia con diversi attori. Rai due fa l’isola dei famosi e Canale 5 il grande fratello. Fiction simili, programmi simili, telegiornali simili. Tranne che per alcuni rari programmi di approfondimento, molti dei quali rigorosamente in seconda serata, mi sento di dire che nei palinsesti televisivi oggi manchino fantasia e coraggio. Per fermarsi lì dove gli altri non passano o corrono veloci, ci vuole intelligenza sensibilità e cultura. I dirigenti sono politici messi lì dal partito, non è colpa loro, il fatto è che non hanno i mezzi critici per accollarsi il rischio di una scelta. A mangiare devono essere sempre gli stessi. Non si produce più sull’onda di un entusiasmo creativo ma sul dettato di una regola non scritta secondo la quale la torta va divisa sempre tra gli stessi.

Ignoti hanno dato fuoco alla tua auto e hanno messo a soqquadro il tuo appartamento. Nelle tue inchieste, ti sei occupato anche di criminalità organizzata, in particolare di Camorra. Pensi che i due fatti possano essere collegati?

Non sta a me trarre le conclusioni. La magistratura sta ancora indagando e mi auguro che presto si farà luce anche su questo.

Ritieni che un giornalista che, come te, mette l’accento su questi aspetti possa aver infastidito qualcuno?

Quello che ho imparato è che la criminalità organizzata non teme chi da un’informazione singola ma chi collega insieme una serie di informazioni formando un puzzle che inquadra una situazione. Mettere insieme le cruente immagini della strage di Castel Volturno con i cadaveri degli immigrati ancora per terra, come ho fatto nella mia inchiesta “Vita sotto scorta” e montarle in successione con le facce sorridenti dei killer del clan Setola che tali omicidi avevano commesso, probabilmente può dare fastidio. Ma il problema più grande non è quello di capire se danno fastidio o meno, ritornando al sistema televisivo la cosa più grave è che certe storie e certi argomenti che potrebbero servire a formare delle coscienze civili più limpide soprattutto nelle nuove generazioni, vengono invece ritenute poco appetibili dagli stessi dirigenti che ho menzionato prima. Ti racconto una storia “divertente” per concludere questa intervista. Quando una produttrice illuminata (Clelia Iemma) vide il mio film “Vita sotto scorta” lo propose immediatamente in Rai. Nel film c’era la partecipazione di Luca Zingaretti quindi anche dal punto di vista commerciale l’operazione poteva essere considerata conveniente e invece dopo qualche tempo Clelia mi inviò il fax di risposta della Rai che sostanzialmente diceva cosi: « il film è bello ma al momento l’argomento non interessa alla rete». Questa è l’Italia ma noi non ci arrendiamo. Le cose possono cambiare.

 

Panni Sporchi

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